domenica 8 novembre 2015

Pioli-Garcia e le montagne russe di Roma

pioligarcia
Tornavano da Napoli, ed erano eroi di maggio. Con una qualificazione europea in tasca e diecimila ad attenderli a Formello; le tre di notte, Parolo e Marchetti alticci, Pioli che faceva i selfie. Tornarono di nuovo, sempre loro, sempre da Napoli, le tre di notte ancora, ma erano già “undici indegni” oppure “undici vermi”, così scrissero sui muri solo tre mesi dopo, mica una vita, per via di cinque gol subiti: era settembre. Pioli aveva smesso con gli autoscatti, mormorava “dobbiamo guardarci negli occhi” e saliva sulle stesse montagne, un po’ russe e molto romane, dove Rudi Garcia fa su e giù da un anno almeno. La Roma era alla gogna ad aprile (“Capricci da innamorati” minimizzò lui) e venerata il venticinque maggio, giorno del derby vinto e delle magliette nuove di Totti-il capitano. “Game over” dicevano, ed era falso, perché il gioco a Roma non finisce mai. Magari ci fosse davvero tempo per fermarsi, respirare, darsi ristoro.
La copertina dell'autobiografia di Mazzone
La copertina dell'autobiografia di Mazzone
Pioli e Garcia vivono tra vertigini e vuoti d’aria, e ogni tanto atterrano coi piedi sulle braci. Non deve essere un caso che il roller coaster più spericolato d’Italia si trovi in un parco divertimenti a Roma. Le panchine delle due squadre di calcio sono un’avventura finanche più estrema. La montagna russa è adrenalina e basta, lo sai in anticipo che non ci saranno conseguenze. Allenare a Roma invece è mestiere usurante. La letteratura sul tema è vasta. Negli ultimi vent’anni Trigoria ha visto sfilare diciassette uomini diversi sulla sua panchina, alla Lazio ne sono bastati dodici. I sindaci in città, per dire, sono stati nel frattempo quattro. L’unico a resistere cinque campionati di fila è stato Capello, potere d’uno scudetto (2001) arrivato dopo diciott’anni, e da allora ne sono già passati quindici. “I tifosi della Roma prima ti esaltano e poi ti gettano nella polvere”. Parole sue. Tor Kristan Karlsen, il norvegese che è stato direttore generale del Monaco, un giorno riferì invece un giudizio di Claudio Ranieri: “Allenare la Roma è il mestiere più difficile al mondo. Le pressioni, che già sono esagerate, qui raggiungono l’eccesso”. Luciano Spalletti sosteneva che “lavorare qui è cosa assai difficile”, Carlo Mazzone si diceva convinto che “serve esperienza”. Dalla sua autobiografia: “Il primo anno pensai che sarebbe stato anche l’ultimo. In altre città c’è più pazienza, a Roma si vuole tutto e subito”.
Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio scudetto '74
Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio scudetto '74
Per allenare a Roma devi saper stare in piedi su una tavola che fa surf tra euforia cinismo e sarcasmo. Un attimo dopo fra depressione rancore e disincanto. In mezzo, a cambiare la scena, può bastare un calcio d’angolo: contro o a favore. Questo è l’unico posto nella geografia del calcio mondiale dove finanche un complimento può essere feroce. E Roma lo sa, Roma lo sa bene, al punto da teorizzare per le sue panchine la necessità di una presenza aliena. Solo con gli alieni è uscita dai ranghi, solo con comandanti gelidi e distanti, distaccati e miti. Così vissero e vinsero Capello ed Eriksson, Liedholm e Maestrelli. Se per caso l’alieno si integra, il metabolismo di Roma lo rigetta. Tizio o Caio, si sente dire a quel punto, “si è romanizzato”. Curioso: l’ambientamento come una colpa. Roma è città che sa accusarsi da sola come poche. Davanti a un po’ di colleghi, in un circolo toscano, quella maschera di autocontrollo e disillusione che era Andreazzoli un giorno si sfogò: “Roma sarà sempre una città difficile se sette radio parlano continuamente di tutto, anche del superfluo”. Non esistono stadi intermedi: Roma non brucia, Roma carbonizza. Rudi Völler aveva guidato la Germania per quattro anni, portandola peraltro alla finale di un Mondiale. Ma ventisette giorni da allenatore della squadra per cui a suo tempo aveva segnato quasi settanta gol - e nonostante “sotto la curva vola, la curva s’innamora, tedesco vola” - ventisette giorni bastarono non solo per decidere di andarsene (“La squadra non lo segue”) ma per scegliere di farla finita con la panchina. I due Bianchi, Ottavio e Carlos, ne sono venuti fuori malconci. Lo stesso generalissimo Capello scelse la ritirata veloce. Luis Enrique almeno salutò prima di andare, anche se non ne aveva quasi la forza. “Sono molto stanco, so che non mi basterà l’estate per riposare: devo recuperare”. Eppure Arrigo Sacchi lo aveva avvisato. “Benvenuto all’inferno” gli aveva detto in Trentino, in ritiro.
Zoff, allenatore Lazio 1990-1994, poi '97 e poi 2001
Zoff, allenatore Lazio 1990-1994,
poi '97 e poi 2001
Visto dalla sponda laziale, lo stesso mare aperto non è molto più calmo. “L’ambiente di Roma non è facile”. La firma è di Petkovic, altro signore sereno distaccato ma rimosso. Anche una vittoria qui ti può travolgere, anche un tuffo in una fontana al Gianicolo o una “Coppa alzata in faccia”. Nel giorno del primo scudetto, storico, e dunque bagnato di felicità irripetibile, Maestrelli disse: “Sento una gioia che mi schiaccia”. Si vive come immersi dentro la consapevolezza che “dura solo un attimo, la gloria”, secondo il titolo dell’autobiografia di Zoff: “I primi tempi a Roma non furono facili. Mi mancava Torino e non riuscivo a trovare nemmeno lo stesso feeling che avevo trovato con Napoli, forse perché ero più vecchio o forse perché Roma è meno esotica, meno sincera. Una città caotica, con l’orizzonte e il cielo sempre in vista, senza pudore. Quando giungemmo a Roma, io, mia moglie Anna e Marco fummo travolti da una sorta di panico. Ci sentivamo sperduti. Ricordo distintamente di aver pensato: Noi qui non ci restiamo”. Eppure dentro la narrazione dell’ambiente impossibile, c’è un conto che non torna. Se davvero così fosse, com’è che sono in tanti a non veder l’ora di tornare? Allenatori che dalla Roma hanno accettato una seconda occasione sono stati Foni Liedholm e Zeman, sulla panchina della Lazio sono tornati Lorenzo Zoff e Reja, e c’è pure chi ha attraversato il confine,
Liedholm, allenatore della Roma scudetto '83
Liedholm, allenatore della Roma scudetto '83
accettando di bere prima di qua e poi di là una doppia razione di veleno (Lorenzo, Zeman, Eriksson). Forse sarà come scrive sempre Mazzone, quando racconta che su quella panchina “c’era un attimo in cui avevo la sensazione di perdere i sensi, di svenire per l’ebbrezza, tanto era forte e travolgente l’emozione che scuoteva la pelle, il cuore e la testa”. Panchine da montagne russe, ma più pericolose. Montagne romane.


(la Repubblica Roma, 8 novembre 2015)

Nessun commento: