sabato 26 marzo 2016

Come si costruisce un idolo per i teen-ager

LA MACCHINA della gloria non si spegne mai. Costruisce fenomeni su un pugno di rime leggere. Tu canti l'amore e quelli ti cambiano la vita. Un attimo prima sei un ragazzino, un attimo dopo ti chiamano idolo. Gli ultimi ad accorgersene sono due giovanotti di Modena, Benji & Fede, 44 anni a sommare le loro età, un popolo di adolescenti che ingrossa le cifre del consenso. Sono arrivati alle 50 mila copie del disco di platino con l'album d'esordio ( 20: 05) aggiungendo alla catena del pop italiano un anello che mancava: il successo attraverso Facebook. Sei anni fa, Benjamin Mascolo e Federico Rossi si scambiano un messaggio sul social - alle 20 e 05, ecco spiegato il titolo - e cominciano a suonare insieme. Chitarra e voce. Pagano 100 euro un paio di amici disposti a riprenderli con una videocamerina in cameretta e mettono tutto su YouTube. Risultato: boom. «Postavano una foto e nel giro di qualche minuto erano già a 55 mila like» racconta Sara Andreani, alla guida dell'ufficio marketing della Warner Music Italy, l'etichetta di Laura Pausini e Nek. È lei la prima a mettersi sulle tracce del duo venuto dal nulla, fino a scoprire che i ragazzi hanno un pubblico disposto a spegnere il pc, uscire di casa e seguirli per un evento in una piazza. Basta e avanza per un contratto, nonostante la loro diffidenza a causa di un'esperienza finita male, un produttore che premeva per farne i One Direction italiani.

mercoledì 23 marzo 2016

Entro e segno: l'arte di cogliere l'attimo

ASPETTA la tua occasione, ragazzo, aspetta pure che arrivi qualcuno a dirti quando è il tuo momento, ma non star fermo, intanto preparati, non ti lagnare, le cose succedono all'improvviso, a volte per caso, fatti trovare pronto. Come meglio di tutti sa fare Kevin Lasagna, che fino a due anni fa giocava in serie D, a Este, e adesso va in giro per gli stadi di A come se fosse al Paese dei balocchi, a mostrare l'arte di cogliere le opportunità senza passare per opportunisti. Lui sa che il suo posto naturale è la panchina perché viene da lontano, dalla periferia del sistema, da quei campi dove non hanno mai visto una telecamera di Sky e dove non hanno la goal line technology. Sa che deve dimostrare due volte di essersi meritato tutto questo, il bello è che Lasagna lo fa. La prima volta: quando entra. La seconda: quando segna. A Verona ha esagerato, con una punizione gioiello, e al primo pallone di tutta la partita. «La tiro io». Gol. È il suo quarto in campionato, tutti così, tutti segnati alzandosi dalla panchina. Gli altri a Inter, Fiorentina e Roma. È il capocannoniere dei "dodicesimi", lui che di 28 partite ne ha giocate 21 cominciando quando gli altri erano già stanchi, e che alla prossima tornerà a sedersi. In questo calcio che vive il turn-over come una necessità, la panchina dovrebbe smettere di sembrare un luogo di frustrazione. È solo parte di un tragitto diverso per arrivare in campo. Una riserva oggi è la calamita di un'attesa, il portatore della speranza di una meravigliosa mezz'ora finale. Mertens ne è un esempio. Arriva il 60' e tocca a lui, il più subentrato dell'intera serie A: ventidue volte, di cui 14 al posto di Insigne, il cambio più visto finora.

lunedì 21 marzo 2016

Quanto pesano i gol di Higuaín


Ventinove gol in trenta partite potrebbero chiudere in partenza ogni discorso. Sono da soli un indicatore che non meriterebbe altre parole. A otto partite dalla fine, Higuain è a sei gol di distanza da un record che resiste dal 1950 (i trentacinque del milanista Nordahl) e già questo racconta il carattere straordinario del campionato: suo e del Napoli.
La scena diventa ancora più eccezionale quando questi gol andiamo a pesarli. Se Higuaín non avesse mai segnato, il Napoli di Sarri avrebbe 44 punti anziché 67. I gol di Higuaín hanno portato finora 23 punti. Se vogliamo continuare sulla strada di questo giochino, significa che Higuaín da solo ha fatto più punti del Verona e si sta giocando la salvezza con Palermo e Carpi.
Un dato sorprendente è che i 35 gol segnati sessantasei anni fa da Nordahl fruttarono a quel Milan appena tre punti: tre pareggi che divennero vittorie (ogni vittoria valeva due punti, con il sistema attuale sarebbero sei punti in più). Quasi tutti i gol di Nordahl furono ininfluenti sui risultati, di certo non decisivi per lo scudetto, che andò comunque alla Juventus, alla fine prima con cinque punti di vantaggio. Perciò i gol si devono pesare, i gol da soli non raccontano quasi niente. Nell'anno che ancora oggi ricordiamo per il record dello svedese, Giampiero Boniperti si fermò per esempio a 21: ma i suoi gol portarono alla Juve 7 punti, e dunque lo scudetto.
Dentro i numeri bisogna andare a leggere. A pesare i gol di Higuaín, spunta una sbalorditiva capacità di incidere sulla classifica, sbalorditiva e a queste cifre nuova. L’anno scorso i suoi gol pesarono per 12 punti, al primo anno di Napoli per 14, non pochi, in linea con il contributo di un grande attaccante a una grande squadra. Tèvez pesò per 12 punti sia nella Juve 13/14 sia in quella successiva. L’ultimo Ibra da scudetto portò al Milan 11 punti, il Milito dell’Inter Triplete ne aveva prodotti 15 per Mourinho. Ma proprio per questo l’eccezionalità di Higuaín non ha un volume di 23 punti, casomai di una dozzina: la differenza cioè che esiste fra il rendimento attuale e lo standard, suo e in genere dei campioni.
Quel che proprio non si può dire è che senza Higuaín, senza questo Higuaín, il Napoli sarebbe sesto o settimo, quarto o quinto. La dipendenza di una squadra da un fenomeno non è materia degna di scandalo. Vale per un attaccante scatenato o per un portiere imbattibile. Nel caso di Higuaín, questa dipendenza del Napoli da un centravanti formidabile non è neppure inedita. Tutt’altro. Higuaín arriva a Napoli nell’estate del 2013 perché gli sceicchi del Psg si presentano in Italia e lasciano un assegno da 65 milioni di euro sul tavolo di De Laurentiis: il valore della clausola di Cavani. Quando il Napoli compra Higuaín dal Real Madrid, in molti pensano e in tanti scrivono che sia stato pagato parecchio: uno dei motivi è che la Juve s’era fermata con la sua offerta a 25 milioni, mentre il Napoli si spinge a 38. E' la seconda beffa di fila ad Agnelli. Tre anni prima il Napoli aveva preso Cavani per 18 milioni, alla stessa cifra con cui Marotta comprava Quagliarella.
Nel primo anno del dopo-Cavani, il Napoli di Benítez segnerà 104 gol. “Non dobbiamo per forza trovare uno che sostituisca Cavani. Possiamo anche segnare con il resto della squadra gli stessi gol che garantiva lui”, spiegò lo spagnolo in una delle sue prime apparizioni napoletane, chiudendo con una frase che fece sorridere: “Callejon può fare venti gol”. Callejon farà venti gol. Nelle ultime tre giornate di quel campionato, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Fiorentina, Higuaín restò fuori per un infortunio. Il Napoli le vinse tutte, segnando 13 gol. Segno che si può avere Higuaín e si può avere una squadra intorno a Higuaín.
La dipendenza da Higuaín di cui si parla è la stessa di cui si parlava quando a Napoli c’era Cavani, argomento che faceva infuriare Mazzarri, il quale sentiva in quel modo deprezzato il suo lavoro di allenatore sui meccanismi generali. I numeri napoletani di Cavani sono stati incredibili, ed è incredibile che siano già stati dimenticati. Nel triennio sono perfino migliori di quelli di Higuaín. Dal 2010 al 2013 Cavani ha segnato 104 gol in 138 partite. Dal 2013 a oggi Higuaín è a 84 gol in 141 partite. Tre partite in più, venti gol in meno. Anche i gol di Cavani vanno sottoposti alla prova della bilancia. Ebbene, il Cavani del primo anno porta al Napoli 19 punti. Nel secondo scende 10. Ma il Cavani del terzo e ultimo anno, quello che lascerà il posto a Higuaín, risale a livelli d'eccellenza e al Napoli offre la bellezza di 21 punti. Più dei Tèvez, degli Ibra e dei Milito da scudetto. Non bastarono a Mazzarri per arrivare al titolo, come non erano bastati nel 2006 i 25 punti di dote portati dai gol di Luca Toni alla Fiorentina, né per lo scudetto, né per il secondo posto (poi Calciopoli riscrisse la classifica): nelle ultime dieci giornate peraltro il contributo personale di Toni si limitò a 2 punti in tutto. Anche il “quando” di un gol conta su una classifica.
"Eh, ma se togli Higuaín a questo Napoli..."
Quel che in definitiva mi preme dire è che Higuaín non è arrivato in una squadra che aspettava da anni un giocatore così. Higuaín è arrivato in una squadra che un giocatore così ce l’aveva già. Non mancava un cannoniere da cui dipendere, non è l’arrivo di Higuaín a portare il Napoli in un’altra dimensione. L’arrivo di Higuaín compensa la partenza di Cavani. Se vogliamo fare il giochino di togliere il miglior Higuaín del triennio al Napoli per capire dove si troverebbe, d’accordo, ma allora al Napoli dovremmo restituire il miglior Cavani del triennio. E forse Sarri non sarebbe molto distante da dove si trova adesso.

venerdì 18 marzo 2016

La Sanremo e la meravigliosa banalità del Poggio


Domani è il giorno della Milano-Sanremo. La storia della sua strada più famosa, il Poggio, attraverso le parole dei grandi cantori del ciclismo.  
Gli italiani non vincevano da sei anni. La Milano-Sanremo s’era trasformata in una lunga attesa dello sprint finale di uno straniero. Perciò Vincenzo Torriani inserì negli ultimi chilometri il Poggio [1]. Era il 1960. “Il primo anno del Poggio è l’anno della morte di Coppi”[2]. A leggere la carta d’identità di questo strappo, questo “cono su cui ci si arrampica azionando l’arma dello scatto e da cui si scende a tomba aperta” [3], viene da domandarsi come sia stato possibile vedergli decidere la corsa tanto spesso. Un’ascesa di tre chilometri e sette, con quattro tornanti e sei curve, pendenza media del 3,7% e punte dell’otto. Una discesa con ventitré curve e sette tornanti interpretabile in più modi, “brutta e pericolosa” [2], “una folle picchiata” [4] o “per audaci ma non per pazzi” [5]. È una “affondata sui tetti di Sanremo” [6].
Quando un mese fa sono stato a Sanremo per il festival, l’albergo era a nemmeno cento metri da uno straccio di vialetto, mezzo nascosto, percorso il quale – in salita - si finiva per ritrovarsi proprio lungo il Poggio. Una mattina ci sono andato, a piedi, guardando all’indietro, dando le spalle alla via che conduce all’arrivo e fissando questo “ultimo scoglio” [7] della corsa, questo strano posto che è “niente più che una collina. Che dopo quasi trecento chilometri diventa una montagna. (…) Dallo scollinamento al traguardo sul lungomare non restano che seimila e duecento metri, l’ultimo rettilineo. Se hai abbastanza fegato e fiato a sufficienza, attaccare sul Poggio può essere un buon metodo per vincere la corsa. Adesso o mai più, insomma. Perché in fondo alla discesa è già lungomare, e l’unico finale possibile a quel punto è la volata, lo sprint ruota contro ruota” [8]. Malgrado le buone intenzioni di Torriani, il Poggio avrebbe frustrato gli italiani per altri dieci anni, diventando al suo imbocco “il bivio della malinconia” [9]. Nonostante il nuovo percorso, Felice Gimondi arrivò a credere che “gli italiani non vinceranno mai la Milano-Sanremo” [10], tanto che a un certo punto spuntò la domanda: “A che cosa serve il Poggio?” [11]. Sul Poggio fece il vuoto e vinse al primo tentativo il francese Privat, l’anno dopo un venticinquenne Poulidor, non ancora rivale di Anquetil e accolto come un semisconosciuto al suo giorno di trionfo irripetibile. “Chi si paracaduta dal Poggio cala direttamente sul traguardo” [12]. Merckx se ne andò due volte in discesa (1969 e 1972), come De Wolf nel 1981, Gomez l’anno dopo, Moser nel 1984 e Kuiper nel 1985. Saronni invece era scattato proprio in cima, dove per cima si intendono 162 metri, qualcuno dice 167. Mentre il gruppo s’avvicina e la battaglia vive l’alba sugli altri capi, il Poggio “immobile, aspetta come un bravo” [13]. È il posto dove “la corsa incarognisce” [12], “una gobba in più, una complicazione non secondaria” [14], “un salto terminale” [15] da cui “ci si paracaduta fra i tutori (leggi sostegni) dei garofani, un esercito di lance grigie” [16]. I fiori che lungo questa mezza frustata di salita nessuno dei corridori osserva, sono vanto e sfregio, se è vero che la regina di Polonia “faceva scrivere che davanti a Sanremo tutte le colline erano coperte da limoni, aranci e olive: a un miglio marino non c’era bisogno di sapere che era Sanremo, sentivi il profumo delle zagare. A un miglio marino c’era un grande ulivo, al Poggio, e serviva da punto di riferimento di giorno per i navigatori. Abbiamo avuto il coraggio di tagliare ulivi che avranno avuto quattro, cinque, seicento anni – e nessuno se ne è fregato – per mettere la floricultura, e guarda che cosa è successo” [17]. I profumi lungo il Poggio sono di “basilico, limone, lavanda. Dal mare, lì sotto, arriva un vento di sale. Che si fa più forte in discesa, sui dolci tornanti” [8].
20160210_102828Eppure il Poggio ha avuto un suo lato oscuro. Trent’anni fa la circoscrizione numero 10 di Sanremo protestò “contro l’inefficienza del Comune”. Nicola Di Sante, del pci, disse: “Se non ci saranno date garanzie continueremo questo sciopero del silenzio e ce ne staremo da soli”. Chiedevano la sistemazione della scuola e dei servizi igienici. Ne passarono altri tre e andò in fumo un deposito di prodotti chimici. I bambini scesero in strada a protestare con uno spray giallo e nero su un lenzuolo. “Non siamo Seveso”. Un liquido giallo dai rubinetti, nel gennaio del ’91, accese la minaccia dei residenti per un’auto-riduzione della bolletta idrica. Fu l’anno in cui alla sesta curva Chiappucci staccò Sorensen e usò il Poggio come trampolino, dando una nuova interpretazione tattica della corsa e della salita, “un gibbo che trasforma il traguardo in un miraggio” [18]. L’ultima corsa da suiveur di Mario Fossati. Nei terreni del Poggio avrebbero presto trovato tracce di ddt fino a una profondità di venti centimetri, “colpa di anni d’uso indiscriminato dei fitofarmaci” [19] con la minaccia di inquinamento per le falde acquifere: nel ’98 un’ordinanza del Comune di Sanremo dichiarò non potabile l’acqua della frazione Poggio. Bisognava bollirla prima di berla. Sono i giorni in cui il ciclismo sta attraversando una nuova frontiera. In alcuni punti della salita i ciclisti spingono a 1.200 watt. Furlan scatta all’altezza del santuario della Madonna della Guardia e fa tutta la salita in 5 minuti e 46 secondi, anno 1994, lo stesso in cui la gente di Sanremo s’arrampica sul Poggio per guardare da lì il concerto di Bob Dylan allo stadio comunale. Anche Cipollini tempo dopo salirà lassù di notte, dove un velocista “deve resistere alla bagarre” [20], per studiare la salita, per conoscerla, per domarla, come aveva già fatto – e per quattro volte - il tedesco Zabel.
Sono gli anni d’oro del Poggio e della sua magnifica banalità. "Io lo scalo col 53x17. Ma è un'apnea, non una salita" [21]. Decide una corsa ma non ha una sua epica. “Il tratto di strada di cui parliamo non ha nulla di sacrale, nulla di drammatico, nulla di scenico. Non è la strada brutta e cattiva, per pavé e per aggressioni del maltempo, che spesso decide la Parigi-Roubaix o il Giro delle Fiandre, non è la strada visitata dal vento delle Ardenne, non è la strada ancora innevata di qualche montagna del Giro d’Italia, non è la strada sbianchita dal sole e sonorizzata dalle cicale di qualche pianura meridionale del Tour de France. È una strada molto insignificante, quasi brutta. Non c’è speculazione edilizia moderna, ma non c’è neppure tenera archeologia paesana. Si indovinano alcune serre, che non sono cose belle da vedere, anche se contengono fiori. C’è una chiesa che non è sicuramente la più tenera commovente chiesa del mondo, e neanche della zona. Ieri c’era pure una fasciatura, in tela di pubblicità, davvero eccessiva, così che la strada era ridotta a nastro, l’occhio rimbalzava su quello che era in pratica un lungo e ininterrotto telone e tornava all’asfalto” [22]. Il Poggio diventa un paradosso. È una salita senza supporti letterari. “Le auto dei giornalisti non sono ammesse sul Poggio, tutti vanno subito a Sanremo per mettersi davanti alla televisione. Il Poggio raccontato è quello televisto: e dunque è una strada senza fondali di fantasia, senza scenografie di immaginazione. E’ una strada vera nel più grande falso che ci sia, quello della televisione. E’ una strada non supportata da poesia, invenzione, drammatizzazione fatta con la testa, non con l’obiettivo, con la telecamera (…) È la prima strada interamente televisiva del ciclismo classico. E’ nata cioè quando già c’era la televisione, è stata subito vista da tutti e così non ha potuto essere interpretata ed epicizzata per iscritto dai cosiddetti giornalisti cantori. (…) Acquisire la classicità senza che nessuno ti canti alla maniera tradizionale non è mica facile. Chi scrive queste righe ha percorso il Poggio quasi tutto a piedi, lo conosce bene e garantisce che per renderlo epico ci sarebbero voluti i maghi antichi della penna e soprattutto i loro ingenui pubblici (…) Non c’è il divieto di pensare come sarebbe stato contrabbandato, in chiave di drammaticità anche paesaggistica, dai giornalisti cantori, se fosse toccato a loro inventarlo e tramandarlo. Anche perché non ne frega niente a nessuno” [22]. Proprio Furlan rimane l’ultimo a essere arrivato da solo partendo da lontano. Nelle ultime venti edizioni, quattordici volte la Sanremo è finita con uno sprint. Nato come “regalo che la corsa offre all’audacia” [23], il Poggio nel neo-ciclismo non basta più a tagliar fuori passisti e sprinter. Al massimo seleziona un pugno di uomini: così hanno vinto Bettini nel 2003 e Gerrans nel 2012. È questa apparente semplicità che fa della Sanremo “una diversa metafora della vita, contradditoria per natura: lineare, regolare, con salite e discese che non fanno la differenza, ma ugualmente lunga, misteriosa e avvincente” [8]. Poggio o no, la legge di questa corsa non è cambiata mai. “A Sanremo arrivare secondo è la disfatta più grande, la jella più nera. Ti sembra che anche i garofani, dietro i vetri delle serre, ridano di te” [5].
note
[1] Mario Oriani, Corriere della sera, 17 marzo 1960
[2] Gianni Mura, la Repubblica 1982 e in “Non gioco più me ne vado”, Il Saggiatore, 2013
[3] Mario Fossati, Il Giorno, 21 marzo 1976
[4] Beppe Conti, “Storia e leggenda del grande ciclismo”, Graphot, 2005
[5] Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 15 marzo 1986
[6] Mario Fossati, la Repubblica, 22 maggio 1987
[7] Gian Luca Favetto, la Repubblica, 11 marzo 2007
[8] Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, “Vedrai che uno arriverà”, Absolutely Free, 2014
[9] Bruno Raschi, la Gazzetta dello sport, 1962
[10] Arrigo Benedetti, Corriere della sera, 21 marzo 1966
[11] Corriere della sera, 22 marzo 1961
[12] Mario Fossati, la Repubblica, 15 marzo 1986
[13] Claudio Gregori, “Merckx il Figlio del tuono”, 66thand2nd, 2016 (in uscita)
[14] Gianni Mura, la Repubblica, 23 maggio 1999
[15] Mario Fossati, la Repubblica, 22 marzo 1996
[16] Mario Fossati, la Repubblica, 22 marzo 1988
[17] Libereso Guglielmi, “Libereso il giardiniere di Calvino”, Tarka, 2013
[18] Mario Fossati, la Repubblica, 31 marzo 1988
[19] La Stampa, 16 maggio 1991
[20] Candido Cannavò, “La vita e altri giochi di squadra”, Bur, 2010
[21] Marco Pantani a Claudio Gregori, la Gazzetta dello sport, 21 marzo 1998
[22] Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 24 marzo 1996
[23] Attilio Camoriano, l’Unità, 19 marzo 1960

mercoledì 16 marzo 2016

Il prototipo Florenzi


Se la rovesciata contro il Genoa poteva essere un caso e il colpo da metà campo al Barcellona solo un indizio, il gol di controbalzo all’Udinese dopo un dribbling volante si presenta come una prova definitiva e inconfutabile. C’è qualità nel corpo ossuto di Florenzi, figurina da sottoproletariato del pallone che nasconde invece intuizioni da scienziato. È una macchina con un motore da 600 chilometri l’anno: ogni tanto la Roma apre il cofano e scopre che dentro c’è pure un regalo.
Il gol prodigioso fa parte della mercanzia di Florenzi alla pari di una corsa senza fiato sulla fascia, peraltro la stessa dove un tempo esercitava Cafu col suo sorriso. Come Sergi Roberto al Barça o come Lahm al Bayern, Florenzi gioca (quasi) ovunque. È terzino, mediano, mezzala destra, ala destra e ala sinistra (tre volte: con Leverkusen, Verona e Palermo), unica posizione questa da cui non ha fatto gol. Corre, crossa, tira, vede il gioco, sa quando tagliare. Gli manca il tackle: ce ne faremo una ragione.
udiflosamaI jolly sono sempre esistiti, ma i Florenzi (e i Sergi Roberto) sono altro. Sono il simbolo di questo calcio così evoluto, o comunque molto cambiato, dove alle ali già da tempo istruite a fare i terzini, si sono aggiunti portieri che giocano con i piedi e difensori centrali che toccano cumuli di palloni, nell’età classica riservati solo ai registi. Florenzi rappresenta sia questo “spirito dei tempi” sia l’annuncio di uno sviluppo successivo, di quel che possiamo aspettarci in futuro: giocatori che sappiano forzare i modelli, portando il calcio oltre gli schemi noti. La fine della specializzazione: quel territorio in cui il tuo punto di forza diventa il tuo limite. Il rischio è sembrare ovunque fuori ruolo, il vantaggio è non esserlo mai, nemmeno quando si sbaglia a scalare in marcatura o a chiudere una diagonale, perché questa anomalia produrrà un vantaggio nell’altra metà del campo. Quale sia il ruolo naturale di Florenzi, adesso non lo sa più nessuno.
Accade già in altri sport di squadra. Nell’anno in cui Stephen Curry «sta cambiando la percezione del suo sport» (New York Times) con i tiri da metà campo, con pochi muscoli e appena 191 centimetri d’altezza, portando il gioco oltre una frontiera e un pregiudizio, il basket si sforza di cercare sempre più spesso l’universale, chi sappia muoversi “dentro” e “fuori” l’area, un lungo che giochi sul perimetro, o la forza fisica da convertire in regia. La pallanuoto ha scoperto l’anomalia di Bodegas, italo-francese che gioca - semplificando - da centravanti e stopper, nella stessa partita e spesso nella stessa azione. Sparigliare significa eludere il controllo. Nella pallanuoto è già caduta l'indispensabilità di un giocatore mancino, quel giocatore che in attacco si piazza all'estrema destra, come da un po’ di tempo fa pure il calcio con le ali, in modo che l’arto migliore possa chiudere il tiro in porta. Il Recco senza un mancino ha vinto il suo ultimo campionato. L’Italia senza un mancino è andata ai Mondiali (forse pentendosene, va detto). Grecia e Montenegro giocano ormai regolarmente senza mancini con ottimi risultati. Paolo De Crescenzo, 66 anni, è stato commissario tecnico della Nazionale italiana di pallanuoto vice campione del mondo nel 2003, oltre che guida di un Posillipo capace di vincere 9 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe delle Coppe fra il 1985 e il 2002. Spiega: “La pallanuoto è fra gli sport che impongono un tempo entro il quale terminare un’azione d’attacco. Dunque in una frazione di gioco hai la certezza di avere più o meno quel determinato numero di situazioni d’attacco e altrettante in difesa. L’universalità è un’esigenza. Se oggi un attaccante mancino non porta il suo contributo in altre situazioni, la sua squadra farà fatica ad assorbirlo nel proprio corpo. L’intuizione di una pallanuoto a tutto campo fu già di Fritz Dennerlein, negli anni ’70. Figuriamoci oggi. La difesa a zona nella pallanuoto spinge per esempio ogni giocatore a essere un portiere prima del portiere.  Oggi un giocatore alla Bodegas è prezioso. Consente alla sua squadra soluzioni tattiche aggiunte, come giocare con il doppio centroboa. Così come molto moderno è Ivovic, che costruisce, tira, gioca ai due metri".
Stefano Vanoncini, 52 anni, è uno dei più preparati coach di basket, oltre che studioso maniaco dei dettagli e delle sfumature del gioco (non solo il suo). Lavora come vice allenatore a Varese. Dice: “Esiste di certo una tendenza a sparigliare: un “lungo” sul perimetro vede meglio i passaggi, un “piccolo” che lo affronta lo pianta sul posto con uno scatto”. Nel basket questi si chiamano mismatch, non sono un inedito, ma oggi la loro ricerca è radicale. Le palestre sono officine in cui i tecnici creano giocatori in grado di fare solo quello: imparare a fare tutto. “Il basket può permetterselo più di altri sport perché si gioca in cinque. Più giocatori sono presenti in campo, più la specializzazione si radicalizza. Il basket invece sta cercando la poliedricità. La poliedricità dà grandi vantaggi. Tutti i grandi giocatori diventano grandissimi quando tendono all’universalità. Lebron nasce come giocatore dalla grande forza fisica, ora è quasi un play. Magic Johnson è stato il prototipo del play da due metri e cinque”. Gallinari è l’italiano che più viaggia verso quella direzione. Spiega Vanoncini: “Genetica, alimentazione, qualità negli allenamenti, preparazione dei tecnici, uso delle immagini nell'insegnamento: tutto sta contribuendo alla creazione e alla crescita di un cestista nuovo. Lo specialista resta importante se la sua squadra ha un’eccellente organizzazione di gioco. Altrimenti, tolta la sua specialità, cos’altro saprà fare? Faccio un esempio. Quanti giocatori dalla grande tecnica sono presenti nei tornei minori? Tantissimi. Ma in serie A non arrivano, perché la loro specializzazione (la tecnica) non basta. Eppure, il campo è lungo uguale, il pallone è uguale. La differenza è nella rapidità delle decisioni, nella lettura del gioco, nella capacità atletica”.
Florenzi è il calciatore che sta portando il campionato italiano in questa modernità, dove 100 milioni di euro si spendono per Bale, un terzino, poi ala, trequartista e finto centrattacco.

(versione rieditata per il blog di un articolo uscito il 15 marzo su Repubblica)

Lewandowski, il verissimo nove


Questo è il ragazzo che ammirava Henry e Del Piero, perché non era ancora nato quando la Polonia incantava nel calcio, e neppure ha fatto in tempo a veder giocare Boniek. Questo è il ragazzo che segnava sotto falso nome per il Partyzant, a Leszno, quaranta minuti di bus da Varsavia, dove non lo tesserarono mai perché non c'era una squadra adatta alla sua età, ma ogni tanto in campo lo mandavano lo stesso: un giorno fece un discreto mucchietto di gol nel primo tempo e dovettero sostituirlo di corsa all'intervallo, per evitare che gli avversari pretendessero di vedere i documenti. Questo è il ragazzo che suo padre volle chiamare Robert perché era un nome semplice, internazionale, e non si sa mai nella vita, magari finisce per fare il calciatore, va all'estero, gira il mondo, e troppe consonanti finiscono per disturbare. Bastavano già quelle del cognome, e bene lo sapeva lui, Krzysztof, campione europeo di judo giovanile, morto a 49 anni, probabilmente per aver dimenticato di prendere una medicina.

venerdì 11 marzo 2016

I pentimenti di Zamparini


LA lettera aperta è un classico. Non vive di fascino, ma di necessità. In genere prende una sua via pubblica perché altrimenti in privato il destinatario te la tirerebbe sulla faccia. Per questo Maurizio Zamparini, a 75 anni, ieri ha recuperato carta e penna (forse tastiera e schermo) e ne ha scritta una ai suoi tifosi con sprezzo del pericolo. Sintesi: «Aiutiamoci, siamo sulla stessa barca». La metafora è bivalente: il presidente la offre come invito a remare da una parte sola, a Palermo la accolgono come l'occasione giusta per mandarlo naufrago.

mercoledì 9 marzo 2016

I tiri in porta di Manoel Mosquito


Si erano presentati in sei all'esterno dei cancelli della fabbrica, mentre le sirene berciavano la fine del turno dopo il tramonto. L’Italiano si era aggiustato il bavero del cappotto e aveva capito all'istante che gli sgherri erano arrivati lì fuori solo per lui. Il Nogueira, “la Noce”, così chiamato per via della sua testa dura, aveva parcheggiato la station wagon da sette posti fra gli stalli colorati riservati ai disabili, com'era abituato a fare da quando l’istituto per la previdenza sociale, un anno e tre mesi prima, aveva cominciato a riconoscere una pensione di invalidità a suo fratello Gil, oltre il muro del bairro chiamato Bafo de Onça, cioè Gambadilegno, sebbene si mormorava di legno non avesse niente, e comunque certamente non le gambe. La Noce era sceso dall'auto dallo sportello anteriore destro – alla guida s’era messo come al solito Osanna – e si era poi diretto a passo svelto verso la folla di operai che giungeva dall'altra parte della strada, in direzione opposta alla sua. Aveva chiesto al Corvo e al Cigarro di seguirlo, ma alla Mancha di fermarsi all'angolo: la prudenza non è mai troppa.

L’Italiano li aveva riconosciuti senza che loro neppure facessero rumore, come in genere arrivano le sventure, silenziose, contromano. Era sceso dal marciapiede e aveva attraversato la strada, scavalcando una lattina di birra vuota lasciata lungo le strisce pedonali e certi miraggi di premonizione; e nell'attraversare le strade di Rio, stuprate dai lavori per le Olimpiadi, guardando dal finestrino posteriore quella infinita catena di speranze che il tempo si sarebbe preoccupato di frustrare, ebbe all'improvviso chiaro cosa avrebbe chiesto in cambio per questa storia che stava cominciando.

martedì 8 marzo 2016

Mancosu, Ciofani e Rigoni: i fratelli del gol

PER fortuna i tempi cambiano. Adesso Luca possiamo chiamarlo solo Luca, e Nicola semplicemente col suo nome. Una volta no, una volta i fratelli nel calcio erano trattati come i papi e i re. Con i Cevenini, a inizio Novecento, partivi dal capostipite (era Aldo) e distinguevi tutti gli altri grazie ai numeri romani, arrivando dritto fino al quinto, anzi il V, che non a caso si chiamava Carlo. Se tutto fosse rimasto come allora e come poi fino agli anni Settanta, quando la genealogia dei Savoldi e dei Trevisanello finiva stampata sull’album delle figurine, in questo fine settimana la serie A si sarebbe intrappolata dentro lo scomodo scioglilingua per cui Rigoni II ha segnato per primo e Rigoni I per secondo.
Riassunto. Rigoni II, cioè Nicola, 25 anni, sabato sera si trova sui piedi il gentile omaggio del napoletano Chiriches e lo trasforma nel primo gol in serie A della sua vita. Rigoni I, cioè Luca, di sei anni maggiore, domenica pomeriggio fa un mezzo giro su stesso e mette la palla nell’angolo lontano, vittoria del Genoa sull’Empoli e festa doppia a casa, coi fratelli in gol nella stessa giornata di campionato. Ci sarebbe in questa storia anche un Rigoni anteriore al I, il padre, ex centrocampista del Vicenza, per comodità detto Gianluigi. È stato lui ad avviare i ragazzi al calcio, sebbene al campo per gli allenamenti - si sa poi come vanno a finire certe cose - li accompagnasse sempre mamma Maria. I Rigoni hanno giocato insieme per un minuto in tutto, anno 2007, in serie B contro il Brescia, e mai erano stati avversari, Nicola contro Luca, fino a due domeniche fa, come invece accaduto per una vita ai Baresi nei derby di Milano e come con il contorno di un discreto astio successe ai Boateng in Germania-Ghana dei Mondiali: Kevin, fedele alle radici, dava del traditore al naturalizzato Jérôme. 
In otto giorni i Rigoni hanno esplorato buona parte delle emozioni, o quasi. Ci sono comunque obiettivi che possono ancora darsi. Ipotesi I: far gol nella stessa partita ma con maglie differenti, alla Jordan e André Ayew, in Swansea- Aston Villa lo scorso ottobre. Ipotesi II: far gol nella stessa partita con la stessa maglia, come Daniel e Matteo Ciofani per il Frosinone contro il Lecce (2013), o Antonio ed Emanuele Filippini per il Palermo contro il Catania (2004). Questi ultimi per giunta erano gemelli, come Mario e Marco Piga, negli anni ‘70 diventati celebri non solo per un “rigore indiretto” calciato in Torres-Olbia, dunque molto prima di Messi; ma pure per la diceria secondo cui, quando facevano fallo a uno, fosse l’altro a sentir dolore, a centinaia di chilometri di distanza, in un’altra squadra, in un’altra partita.
Se ci fosse in questa storia pure un Rigoni III, potrebbero tutti insieme andare all’attacco del record stabilito due anni fa in una domenica d’aprile dai Mancosu: Matteo, Marco e Marcello in gol nello stesso giorno, uno col Trapani, l’altro col Benevento e l’ultimo a Pavia. Tra fratelli non si sa mai come va a finire. (Arnaldo) Sentimenti II aveva nel 1942 parato sei rigori di fila per il Napoli quando si trovò di fronte (Lucidio) Sentimenti IV, portiere anche lui, al Modena, per Agnelli uno dei più grandi della storia, e quel giorno tiratore perché i compagni non se la sentivano. Gol. Arnaldo lo inseguì per tutto il campo. Come dicevano in quel film a Bud Spencer e Terence Hill: «I miei fratelli li picchio solo io».

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

lunedì 7 marzo 2016

Luciana Littizzetto


Questa donna che fa colazione alle nove del mattino nella camera di un hotel romano in via Veneto non è "la Littizzetto": non è la maschera del Walter, della Jolanda, di Ruini-Eminence, non è la guastatrice che invita Belén a "darla via in beneficenza". Il vassoio è adagiato su un pouf in un angolo. «Un conto è far satira da Fazio, aggredire, essere caustica con i potenti; un altro è confrontarsi con le persone comuni». Ballerini rock di settant'anni, un padre e un figlio giocolieri, i due ragazzini che cercano di battere il record di lunghezza di un bacio in tv, quelli che tagliano le zucchine con un drone, la band musicale che suona con le parti intime. È il pezzo di Paese che cerca un'occasione, passato sotto i suoi occhi per le audizioni di (programma prodotto da FremantleMedia che dal 16 marzo va in prima serata per dieci mercoledì su Tv8). Giudici: Claudio Bisio, Frank Matano, Nina Zilli e lei, la donna italiana sulle cui spalle strette noi del pubblico abbiamo gettato come una condanna il dovere di dissacrare ogni cosa.

mercoledì 2 marzo 2016

I sensi di colpa di Quagliarella

QUEI gesti che nello sport appaiono all'improvviso e che non avevi visto mai. Dick Fosbury che salta l'asticella dell'alto di schiena, Gildo Arena che inventa la beduina nella pallanuoto, Björn Borg che gioca il rovescio a due mani: e poi arriva il giorno in cui Fabio Quagliarella esulta dopo un gol. Perfino questo. Eccolo là che piazza in porta un colpetto al volo da una decina di metri: corre coi pugni chiusi sotto le tribune laterali, fa un balzo, addirittura si sfila la maglia - lui che aveva fatto dell'imperturbabilità il suo stile - e resta a torso nudo, come un Cristiano Ronaldo qualsiasi. La scoperta del fuoco.
Si può gioire del presente, questa è la conquista di Fabio Quagliarella, a 33 anni. S'era dato una regola: mai far festa davanti a un suo vecchio tifoso o a una sua antica maglia, e avendone nel tempo cambiate parecchie gli sono toccate domeniche in cui faceva gol e comunque rimaneva lì, le braccia basse, una specie di broncio e il pensiero a un passato che invece non passa mai.