lunedì 24 luglio 2017

Il racconto del calcio secondo Adani

MILANO. Siamo pieni di allenatori che vorrebbero fare i titoli e di giornalisti che vorrebbero fare le formazioni, abbiamo avuto Vittorio Pozzo che era insieme c.t. e inviato per La Stampa, ma quando Daniele Adani ha detto no a Mancini per rimanere in tv, stava chiudendo un cerchio. Un uomo venuto dal campo che al campo preferisce le parole. Le telecronache, lo studio e pure le interviste, come quella a De Rossi, tra le più belle dell'anno. Su una poltroncina rossa nella sede di Sky a Rogoredo, parla di sport travolto da passione. "Da ragazzo non mi dedicavo tanto alla scuola, mi distraeva dal calcio, e quello sì che invece lo studiavo. Giocavo e cercavo di capire il perché di un movimento, di una posizione del corpo. Ho imparato nel mio paesino e in serie A. Ho imparato cose pure da gente che non stimo".

venerdì 21 luglio 2017

Borg-McEnroe non finisce mai


Alle sei e undici minuti del pomeriggio, ora di Londra, il 5 luglio 1980, Björn Borg si inginocchiò sul prato di Wimbledon per festeggiare il titolo come già aveva fatto l’anno prima, l’altro ancora, e pure i due avanti a quelli. John McEnroe invece mise il broncio e uscì dal campo da sconfitto, sapendo che nessuno avrebbe mai più dimenticato ciò che aveva visto, e che quando ci si scontra a quel modo con un avversario, si rimane uniti per sempre. «Sono stato tre ore e cinquantatré minuti senza fare la pipì» scrisse Gianni Clerici. Ora la partita più famosa di tutti i tempi finisce al cinema, forse per riscattare la convinzione secondo cui è impossibile fare un bel film sul tennis. L’erba alta non più di otto millimetri, le fragole con la panna, l’obbligo di vestirsi di bianco, le code notturne per un biglietto, e poi quei due: il biondo con i capelli lunghi, l’americano tutto riccioli e nervi. La rivalità più accesa e celebre di questo sport splendido e diabolico, che siamo chiamati a giocare prima che su un campo dentro la nostra testa.

giovedì 20 luglio 2017

Il film che Troisi non riuscì a girare

IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».

venerdì 7 luglio 2017

De Giovanni e l'ultimo Ricciardi: "Fra due anni smetto"

Il tavolino numero dieci all'interno del Caffè Gambrinus è inaccessibile. "Riservato al commissario Ricciardi", c'è scritto sulle due facce di un segnaposto plastificato. Oggi, domani e nei secoli dei secoli. I clienti s'accostano, scattano una foto e vanno via. È qui che Maurizio De Giovanni porta il suo personaggio a fare colazione da undici anni e undici libri, dodici con il nuovo, "Rondini d'inverno", che Einaudi fa uscire in centomila copie: lunedì nel cortile del Maschio Angioino il primo incontro fra l'autore e quelli che non sono più lettori ma fans, se è vero che quattro associazioni organizzano tour guidati sui luoghi dei romanzi. «Fans dei personaggi, non miei», mormora lui, 59 anni, una delle voci più presenti della città, ora anche autore di teatro e sceneggiatore per la tv.
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».